Quando si sceglie un soggetto da immortalare, bisognerebbe essere in grado di non “disturbarlo”. Effettivamente, si sta sviluppando in questi anni un fenomeno tutt’altro che positivo, connotabile sotto la definizione di “fotografia invasiva”, che esula da qualsiasi tipo di tecnica anche artistica, da passioni e competenze, dall’utilizzo di strumenti professionali.

In pratica, si tratta più precisamente di scarsa sensibilità. Quando qualcuno decide di inquadrare una persona che medita in India o la gente in preghiera in Arabia Saudita o un animale a caccia di cibo in Africa dovrebbe anzitutto porsi un problema: sono di troppo? Figurarsi che la noncuranza verso i fotografati si estende a gruppi interi di turisti (di solito si tratta di loro) e potrebbe infastidire un numero ben più elevato di individui.

Non esistono codici, ma si dovrebbe fare appello soprattutto al proprio buonsenso, evitando, in particolare, di accodarsi alle orde di visitatori sgomitanti, tutti impegnati a carpire la medesima immagine. Può capitare che a monaci o figuranti vestiti con  abiti tradizionali venga offerto perfino del denaro, pur di accaparrarsi uno scatto suggestivamente “esotico”. Bisognerebbe intendere che simili comportamenti spesso non sono graditi né gradevoli, e per quanto si prepari una posa e per quanto bello sia il risultato, gli effetti sono falsati, frutto di una forzatura.

Purtroppo, il vacanziere, quando è d’indole superficiale, non si preoccupa più di tanto. Anzi, in qualche squalificante caso è perfino pronto a puntare l’apparecchio analogico o digitale sull’aspirante suicida salito sul campanile. Non sarebbe il caso di scuoterlo dal torpore, secondo voi?

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